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Pozzo di Sefhay

Il 9 Febbraio 2012  un pozzo d’acqua per il miglioramento dell’accesso all’acqua a SEFHAY, Irob Woreda, Tigray Regional State, Ethiopia,  dedicato da Magda e Samuel  alla memoria di PINO, è stato consegnato alla popolazione del villaggio.

Percentuale di finanziamento:
0%

Raggiunto:

Traguardo: 

Livello di realizzazione: Concluso
Numero beneficiari: 575 persone
Finanziabilità: Finanziato
Profondità del pozzo: 60 metri
Donatore: MAGDA e SAMUEL (Associazione Volontari l’Accoglienza)
Termine progetto: Febbraio
 2012

Pozzo di Sefhay

Il pozzo è stato perforato ad  una profondità di 60 metri con trivella ed è azionato da pompa a mano. Incluse le comunità dei villaggi limitrofi, le famiglie beneficiarie che appartengono a comunità prevalentemente rurali, risultano essere 115, per un totale di circa 575 persone. Si stima che almeno 300 beneficiari siano donne, anziani e bambini.

POZZO DE SAFHAY – 9 FEBBRAIO 2012

“Finalmente c’è l’acqua, c’è la vita che scorre e dà vita.
Mi avvicino e Pino, dall’alto di una targa, mi sorride soddisfatto: lo sento che è qui, qui con me, qui con Samuel, ci ha seguito e protetto per tutto il viaggio, ne sono certa ed ora è qui a festeggiare con noi, a danzare con noi, a cantare con noi e con tutto il villaggio e ad ascoltare il capo villaggio che dice: “ Condividevamo l’acqua delle pozze, putride ed infette, con gli animali. E malattie e morti ne derivavano. Perciò l’acqua potabile di questo pozzo è stata per noi un miracolo perché avrà il potere di salvare tante vite. Auguriamo lunga vita a Magda e a Samuel ..d’ora in avanti , ogni mattina pregheremo per Pino e diremo anche ai nostri figli di pregare per lui.”

Ora è tempo di andare, tocca già risalire sulle jeep e chissà quante ore di strada davanti. Che fatica, che strappo, lasciar lì quella gente, con addosso ancor l’aria e la voglia di festa, lì vicino a quel pozzo, in quell’arido paesaggio pietroso: per fortuna quei loro sorrisi che continuano a danzarti intorno, ti confortano…
E gli sguardi e i sorrisi ti rimangono addosso, impigliati e, gelosamente, sacri, li conservi nel cuore, indelebili. Dopo un po’ che tu sei sulla jeep, ti sembra d’essere un tutt’uno con essa, un automa a motore è forse ridotto il tuo cuore che, indurito e impietoso, non si cura di chi, di continuo ti chiama, ti chiede, ti tende le mani. E i tuoi occhi sono forse i fanali che vedono chiara ogni cosa ma guardano e basta, lasciando scorrer via ogni scena, solo come fotogrammi di un film.

Purtroppo così non lo è, tu non sei di certo una jeep e magari, adesso lo fossi: tocca invece fare i conti con ogni immagine che passa dai tuoi occhi al tuo cuore, graffiandolo, ferendolo, e che poi sale su nella gola e lì si ferma tramutandosi in urlo, un continuo urlo silenzioso, muto, represso, che ti rimbomba nella testa e lo senti solo tu.

Ma ora gli occhi, la mente e il cuore sono tutti occupati, invasi da una immagine sola, catturata nei pressi del pozzo, fra la gente del villaggio: un bimbo di due o tre anni che non sta insieme agli altri bambini ma girovaga in mezzo agli adulti. Sembra un cane randagio che elemosina, con sguardo così serio, forse un po’ da mangiare, o un po’ di attenzione o magari soltanto amore.
Tutto sporco e coperto di polvere e terra, fin da sopra i capelli, ha indosso una sola maglietta, verde, lisa, consunta, bucherellata e sotto, nudo, senza mutandine; è scalzo, con caviglie un po’ gonfie e i piedi affondati nella terra sabbiosa e segni di vecchie ferite alle gambe.

E il viso: sguardo serio, da adulto, che sostiene il tuo sguardo e ti fa vergognare di osservarlo, squadrarlo e inquadrarlo, dietro l’obbiettivo della tua digitale. Non si muove, mentre più e più mosche scorrazzano indisturbate sul suo viso, indugiando agli angoli degli occhi e della bocca e lui non le allontana: non se ne cura per niente e continua invece a fissarti mentre la mano di un’anziana lo afferra per una spalla per farlo mettere in posa per la foto. Non sorride, come in genere fanno tutti gli altri bambini, ma continua a guardarti, senza toglierti gli occhi di dosso.
E sei tu che lo devi spostare lo sguardo da lui, che non puoi e non sai sostenerlo: i tuoi occhi, inondati di pianto, non ti permettono più di vederlo.

E freno non c’è, non c’è fine alle lacrime che vogliono uscire impetuose, improvvise, travolgenti, abbondanti: sembra un pianto represso di una vita intera e che non riesce a placarsi perché, appannato, offuscato: lì per lì, non lo vede il rimedio, lì per lì non ci pensa che sempre bisogna invece fidarsi e affidarsi, che anche lui, quel bambino, come ognuno di noi, è protetto, vegliato e più che mai tanto amato dall’intero universo. Solo dopo lo pensi, solo dopo che l’emotività ha fatto da padrona ma tu l’hai messa finalmente a tacere. E allora dici grazie a quel divino universo, ancora una volta perché ancora una volta hai toccato, provato, vissuto l’amore per un tuo fratello che non sai se maggiore o minore di te. ”

Magda

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